Archivio per aprile 2011

6.10.10

30 aprile 2011

Fango.

Io lo so che non sono solo anche quando sono solo. Io lo so che non sono solo.

Eppure è così che mi sento. Invaso da questo silenzio, da questa pioggia monsonica che a intervalli irregolari si abbatte sulla testa mia e di coloro che percorrono questa strada insieme a me. La pioggia mi divide da loro. Li fotografo, li osservo, cerco di ridere con loro, ma la mia risata proviene solo dalla gola, non dal cuore. Questa pioggia forse lava via i miei peccati, ma risalta le mie colpe, le mie paure, la mia presa di coscienza con l’ignoto che porto in me. Giorno dopo giorno cerco di guardarmi allo specchio, almeno un poco, osservare lo sconosciuto che mi guarda dall’altro lato, provare per una volta a conoscerlo, a dargli voce, magari a farci amicizia.

Mentre il fango copre ogni parte dei miei piedi, dei suoi piedi, mi trovo a cercare nella pioggia la risposta. Un’altra volta dio, se mai è esistito, è nella pioggia.

Bambini che tornano da scuola ridono di noi, per fortuna. Ridono di questi bianchi con l’iphone che camminano maldestri nel fango, che si lamentano perchè han lasciato i propri sandali all’asciutto per andre in una scuola nel mezzo del niente, una scuola vuota, forse per sentirsi un po’ importanti. Bambini tornano da scuola, e ridono di noi, per fortuna. Con la loro risata per qualche secondo la mia ansia si quieta, questa belva che si nutre di emozioni umane. Attorno a un uomo solo c’è un mondo intero. Gnozis autòn, e potrai conoscere il mondo.

In the middle of nowhere, come dice alex, there’s also a temple. Nel mezzo del nulla, puoi cercare te stesso. Trovi molte domande, e poche risposte. Se fosse una partita di risiko, si dichiarerebbe la resa ancor prima di tirare i dadi. Ma per mia fortuna qui non ci sono carri armati neri puntati contro di me, e ci possono essere fiori nei vostri cannoni. Si può ripartire da quelle poche risposte, e a poco a poco, fare la pace con me stesso. Sepolto dal fango penso alla mia stella lontana, al suo brillare, e mi trovo in lacrime, le ginocchia a terra, per me e per lei. Per la mia via e per la sua via. Conscio che se la mia stella interiore tornerà a brillare, potremo brillare insieme.

Se dio esiste, è nella pioggia, e se è nella pioggia, io ho pregato.

E se dio non esiste, e se dio esiste, in questo momento la risposta è la stessa.

5.10.10

26 aprile 2011

Il buio oltre la siepe.

Dopo una lunga giornata, il risciò. Una strada trafficatissima, senza lampioni, solo i fari a illuminare i due metri quadrati davanti a sè. Noi no. Delle migliaia che popolano le strade, non tutti i risciò hanno l’optional “luce di posizione”. Parlare per non pensare alle macchie luminose che si avvicinano sempre più alla scocca del nostro prezioso veicolo. Un sollievo il ponte della metro che appare. New Garia. Sedersi sui sedili della metro. Notare di avere solo donne intorno, in quello scompartimento. Scoprire che tutte loro, e gli uomini dagli scompartimenti vicini, ti guardano. Leggere, in una piccola targhetta arruginita, che quello scompartimento è ladies reserved. Alzarsi. E rimanere in piedi, gli sguardi puntati su di te, per tutta la durata del viaggio.

Mahanayak Uttam Kumar. La voce si ripete negli altoparlanti. Mahanayak Uttam Kumar. Non riuscire a pronunciarla. Non riuscire a porre l’accento. Unirsi allo sciame di persone quando si aprono le porte, il sudore che torna a bagnare la maglietta in quattro e quattro otto. La caotica Kolkata ancora non si ferma. Attraversare le due corsie, cinque sei macchine ciascuna. Ordinare dal take away chicken roll, comprare le banane, contrattare, ieri costavano dieci rupie, oggi dodici, per me, tredici per te.

Sulla destra si perde una lunga strada. Le auto non la prendono tanto spesso. Il rumore è ovattato, quasi distante. L’asfalto ricopre stanghe di ferro di svariate forme e lunghezze. Sulla sinistra, in un angolo buio, il famoso rivenditore. Lo si riconosce per il cappannello di uomini tutt’attorno, per il brusio come di laboriose api. Una grata divide l’angusto gabbiotto dalla coda, nessuno litiga, uomini si spalleggiano. Dalla fessura in basso passano misteriosi pacchetti, la carta pare quella dei sandwiches nei film americani, la forma è la più classica, bottiglia. Lì siamo come loro. Non più turisti, volontari, solo uomini. Maschi.

E poco importa se chiediamo la King Fisher e non il whisky.


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.