Il paradiso dei calzini.
Il primo lunedì del mese. Che sia in India o in Italia, è sempre un avvenimento. In questo particolare mese, sono da registrarsi il primo giorno di università di Ale, l’inizio del quarto anno, triennio clinico, la ripresa effettiva degli allenamenti all’ostello, dopo la sudata preparazione settembrina, il primo meeting con sujit, mancata per la sua attuale presenza giust’appunto in italia, il primo giorno a Tegharia.
E’ il giorno dell’uovo sodo, della pausa cha alle 12.30, di tre ore di assoluta laboriosità. Se venerdì era stata la prova generale, questa è la prima. Dentro IIMC, dentro i profondi occhi delle persone sedute di fronte a te, dentro i loro bottom con questi lunghi aghi. Vedere segni sempre diversi sulla pelle delle persone, la paura di far loro male con il betadine, l’incomprensibile grafia dei dottori. Tutto è spaventevole, tutto è emozionante, è essere sul campo, bardato come una persona europea, lavorando come un infermiere, appellato come daktar, stomaco annodato come un calzino. Tutto è così nuovo.
Accingersi ad effettuare un dressing, il rituale del primo semidisinfettante-betadine-gentamicina, il cotone che struscia lungo la pelle, il betadine gocciola per terra, le loro mani smaniose di darti una mano, di lavarsi da capo a piedi con questa crema bianchiccia che diventa giallognola la strusciata successiva. L’attenzione di girare dall’interno all’esterno, dal dentro al fuori, e chissà qui l’acqua nel water in che verso corre.
E chiedersi dov’erano queste persone sabato, mentre tutta l’India festeggiava il compleanno di Gandhi, la sera, quando ogni locale e ristorante era pieno, quando la gente, la folla, attendeva impaziente il proprio turno per entrare, l’intera famiglia, in un giorno di festa. Non il ringraziamento, niente tacchino, la celebrazione di un uomo, di un popolo, che ha rotto le catene che lo tenevano legato a terra. Dov’era questo giovincello che ora corre per la stanza, gli occhi grandi fissano curiosi le tue mani che corrono veloci tra le creme, la smorfia quando il cotone incontra l’ustione, la pelle viva, il dolore. Una carezza sul piede, con la mano libera, un gesto affettuoso, un momento di contatto. Finito di farsi spalmare, fugge via.
E quest’uovo sodo, che non va nè in giu nè in su.