Un tranquillo weekend di paura
Entrare nella casa di Madre Teresa, vederne la camera da letto, sostare nella stanza delle preghiere e, in mezzo a praticanti in religioso silenzio, pensare “madre teresa è morta?mazza che botta.me li dai cinque minuti?botta tremenda.ciao,ciao piccola grande donna”. I buttafuori. Un sorriso.
Due giorni dentro Calcutta, dentro la miseria, due giorni per le strade, tra chiese moschee e sinagoghe, una chiesa armena che non si sa dove sia, tutti la indicano, tutte le guide ne parlano, ma per quanto a fondo infili il naso nella cartina, non riesci a trovarla.
Che già capisci che Kolkata è ben più di Calcutta. In quel brulichio di morte e vita. In quei bambini abbandonati a se stessi, la sera, la notte, addormentati sui carretti, nudi, senza nessuno. In quei cadaveri viventi, che si trascinano lungo la strada il risciò con una coppia a bordo, 150 chili su braccia schiena e gambe. Nel negozio di Acash, quel turbinio di colori, vestiti su tutte e quattro le pareti, quell’ospitale senso di ospitalità.
E in questa pioggia che cade. La mia prima pioggia indiana. Il cielo sereno, grigiastro, qualche minuto più tardi le prime gocce, le seconde, la cui somma è ben più dell’insieme delle parti, il cielo ora è scuro, la pioggia attraversa la coltre di smog e si riversa sulla città. Prima ti cade addosso, sempre di più, sei come seguito dalla nuvola fantozziana, mentre la tua maglia, inzuppandosi, cambia colore. E’ un’esperienza mistica. Non un centimetro del tuo corpo si salva dal monsone. Gli indiani, intorno, trovano rifugio alla stazione della metro, si salvano chi con un giornale sulla testa, chi con un cesto di verdura; i venditori del the, al coperto nelle loro baracchette insicure, fanno affari offrendo ai passanti un momento al riparo dalle intemperie. I tombini esplodono, in pochi minuti i miei piedi, già neri per lo smog, vengono avvolti dalle discariche a cielo aperto e da quest’acqua piovana di dubbia condizione igienica. Eppure i miei sandali non si lamentano, si felicitano per questo incontro ravvicinato del terzo tipo.
Il maidan, incurante del fatto di trovarsi dinazi a noi, ignari della sua presenza, così intenti alla ricerca del victorial memorial, respira quest’aria fresca, questa vita che sboccia da ogni goccia d’acqua caduta sul terreno, e si gode il maestoso spettacolo che questo ritardario monsone ha concesso ai suoi occhi.
Dopo la pioggia, ritorna il sole, il caldo, l’umido. Lo smog riprende il sopravvento sulla natura. Ella ancora una volta si è ribellata al disfacimento del mondo che ogni giorno si compie, ciclicamente. Ci riproverà domani, mai doma. Avrà ancora fiato per urlare, ancora lacrime da versare.
“e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti, mi hai preso per mano portandomi via”