1.10.10

Where the streets have no name

Un agglomerato. case. campi. fango, polvere.

La periferia si presenta tutta uguale a se stessa, ma così diversa da alessandria, novara, dalla periferia di qualunque città europea.

Un’unica lunga strada che ogni tanto propone biforcazioni, tutte uguali, così diverse. La colonna sferraglia e strombazza presente.

Da entrambi i lati parvenze di uomini attraversano. Come una danza, meccanicamente e armoniosamente. Tutto è predisposto affinchè nulla si urti, nulla si blocchi. Ma bisogna essere capaci di leggere questo spartito per saperlo.

Il risciò si ferma ad un preciso segnale dei miei compagni di viaggio. Mi guardo intorno, stranito. Evidentemente all’autista hanno dato solo il nome della via, e non il numero. Come prima esperienza sono in una delle outdoor, perciò monto sul pulmino, tra i due ragazzi danesi, le due infermiere indiane, la tedesca e l’italiano, due autisti. Una bella combriccola, in cui la parola chiave è non capire una parola. E’ ardua la via dela comprensione della pronuncia inglese. Si parte, verso la periferia, dalla periferia.

La carreggiata si restringe, le case sono sono più diradate, la giungla prende il sopravvento. Forse è lì che me ne accorgo. Le strade. Le strade. Le strade. Non hanno inizio nè fine, non hanno linee, non hanno marciapiedi. Non hanno nome. Quindi potrebbe essere che non esistono.

 

Infilare la punta dell’ago in un corpo umano. Non un lamento, non un movimento brusco. Se fai attenzione puoi notare il leggero tremore della persona in tensione.

La consapevolezza di avergli fatto male. E la presa di coscienza di potersi scusare solo a gesti.

Al ritorno, quella barriera linguistica che invisibilmente ti separa dal resto del gruppo è accolta quasi con sollievo. Le mani ti tremano. Avrai ripetuto lo stesso gesto, minaccioso e servizievole, venti o trenta volte, almeno quintuplicato la tua esperienza in materia, e l’immagine che non riesci a toglierti dalla stessa è lo sguardo di sofferta gratitudine dolorosa che ti scoccano mentre si alzano dalla panchina. Ripercorri con la mente il primo dressing, il bambino, cinque o sei anni, le strane macchie funginee su tutto il corpo, il suo sorriso così dolce, una mezza luna su quel viso scavato dalla fame.

Sul tuo viso scendono le lacrime, emozione, commozione, paura; la barriera ti protegge da sguardi indiscreti.

 

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