Il mondo capovolto.
Come se il tuo corpo fosse con la testa nella sabbia e le gambe a librarsi nell’aere, grigio, denso di smog.
Non riconosci niente di quello che ti circonda. Neppure le persone che han viaggiato con te. Non che tu possa dire di conoscerle, appena venti ore dal primo timorato saluto. Neppure il tuo corpo è lo stesso, ha già perso più liquidi di quanto sia abituato. Il sole non si risparmia, il carro trainato da Apollo risplende massimamente lungo tutto il suo percorso, senza pause, senza cali. Una linea invisibile, tesa, separa giorno e notte, luce e buio.
Una jeep aspetta i volontari all’aereoporto, bambini aspettano i volontari all’aereoporto, madri aspettano notizie dai figli dall’aereoporto. Un insignificante edificio di due piani, mattoni e intonaco, è improvvisamente diventato il centro del mondo.
In questo mondo si gioca a tetris. Secondo le statistiche un giocatore su cento vince per fortuna, 23 per bravura, o per manifesta inferiorità dell’avversario, 76, gli altri, perdono.
Il primo livello del tetris è inserire in 6 metri cubi di spazio metallico 8 persone, 14 zaini di varie dimensioni, molti abnormi, 7 disparati carichi di aspettative, ansie, emozioni. Missione compiuta.
Il livello successivo si presenta più ostico: i pezzi da incastrare sono milioni, tra auto bici, jeep, motorini, corriere, carretti, uomini, armenicoli di vario stampo, animali. Lo spazio a disposizione poco, una lunga stretta colata di cemento, qualche centimetro di terra battuta ai due lati, e oltre quello case su case, o vuoto su vuoto. Gli avversari, in questo livello, hanno un’arma segreta, un tasto dalle più svariate forme da premersi ogni secondo. Il clacson.
In sovrimpressione lampeggia una scritta, fa capolino all’angolo destro del campo visivo e lo percorre interamente verso sinistra. “This is only a demo”
Il prossimo livello. L’ultimo del promo. L’ambientazione è completamente diversa. Non è neppure lo stesso gioco. Questo è un flipper. Premendo i pulsanti le due chele meccaniche non si muovono. Sono semoventi. Capisci. Tu sei la palla. Non puoi fare niente per non schiantarti, rimbalzando, da un lato all’altro del tavolo, tra suoni mai sentiti e cigolii sinistri, spigoli, casette di legno e fango, persone, malati, volontari dal linguaggio incomprensibile, lebbrosi, mutilati, malati, malati, malati. Un rimpallo continuo, senza mai fermarti, non un attimo di sosta per prendere una boccata di ossigeno, la testa richiusa a guscio, il dolore sordo e perpetuo.
Mentre appaiono i crediti del gioco, due pensieri si palesano nella tua mente.
Centro.
Domani.