Rumore.
Le persone, discrete nei loro abiti scuri, cominciano a entrare nella sala. Un’attimo prima il silenzio regnava sovrano, dondolandosi delicatamente tra le rivestite poltrone color porpora, sui tracilli delle luci che il tecnico aveva montato, scivolando senza lasciar traccia tra le assi di betulla del palcoscenico. Il cicaleggio aumenta d’intensità quando le altre porte antipanico vengono aperte per consentire alla folla umana di prendere posto più velocemente.
Rumori.
Architettonicamente studiata, la sala grande del Teatro Carillon d’Inverno amplifica ogni sfumatura del suono, naturale e artificiale, che l’orecchio umano possa percepire. Musicisti, attori, bambini, direttori d’orchestra, visitatori occasionali, tutti ogni volta tradiscono l’emozione quando le prime note del pianoforte, la terza battuta del copione, l’aria tagliata dal primo movimento dell’archetto abbracciano gli spettatori, quando il suono si anima di vita propria e comincia a giocare con ogni angolo, ogni testa, accompagnando i cuori a vette non raggiungibili neppure con l’afrodisiaca ambrosia. Dal giorno dell’inaugurazione, più di sessant’anni fa, esiste un cartello, scritto a mano, appeso accanto alla carrucola che alza il sipario, a imperitura memoria degli addetti ai lavori :”Carrillon d’Inverno, per gli ultrasuoni ripassare d’estate”.