alba

Il telefono squillava. Un trillo dietro l’altro. Nessuno rispose.

Scocciata, la signora Gardini riagganciò e si diresse in cucina. Lorenzo si stava abbuffando di cereali, non notò neppure il grigiore del viso della madre. La radiosveglia sopra il frigo gracchiava una qualche notizia del gr delle sette, la poca luce di quella giornata autunnale filtrava appena dalla piccola finestrella che dava sulla strada, la stanza quasi completamente al buio. Nervosamente Marta Gardini iniziò ad accendere e spegnere la piccola lampadina, prese il cordless e compose nuovamente il numero, ormai imparato a memoria.

– Tuu…tuu…-

– Dai, rispondi cazzo-

–..u…tuu…tuu…pronto?-

La voce, forse complice l’apparecchio telefonico, sembrava di un uomo appena svegliato, non certo impaziente di ricevere una telefonata all’alba del suo giorno libero.

– Dottor Falappio? Sono la signora Gardini, si ricorda?la madre di Lorenzo Gardini. Lei mi deve aiutare, non so più cosa fare, mio figlio sta impazzendo. Sono sicura sia grave, ho cercato su internet e ho letto tanti nomi impronunciabili, e mio figlio sta sempre peggio, sono sei giorni ormai, dottore la prego faccia qualcosa, è la mia sola speranza, non posso più vederlo così, dottore, inerme, schiacciato da cosa gli sta capitando; dottore mi prometta che lo salverà, solo in lei ho fiducia, il responso delle pagine web è che sia ormai vicino alla morte, potrebbe essere questione di una o due notti, dottore salvi mio figlio. –

Tutto d’un fiato. Senza che l’assonnato interlocutore potesse rispondere alle domande, agli appelli che gli erano stati rovesciati addosso. Non che non ci avesse provato, ma le sue parole, i suoi tentativi di abbozzare una frase, erano stati sovrastati dall’uragano di ansie della signora Gardini. Poi, in quel momento di assoluto silenzio, l’unica cosa sensata che gli venne da dire fu – Ma si rende conto di che ore sono? –

La donna non sembrò neppure averlo sentito, aveva già ricominciato il suo monologo a due. Si era giocato il suo diritto a una telefonata.

– Le faccio raccontare tutto da mio figlio, così sentirà con le sue orecchie la gravità della malattia, le sono grata dottore, Lorenzo vieni qui, la prego lo curi dottore, non potrei vivere senza il mio bambino, è così ingenuo che non capisce la gravità della sua situazione, i sintomi sono così lampanti, il deterioramento è già in fase avanzata, il mio piccino, si trascina per casa come trainato da una forza sconosciuta, ha sempre la testa da un’altra parte, non capisce una parola di quello che gli viene detto, disegna forme insensate su fogli e quaderni, scarabocchia alcune lettere dell’alfabeto, sempre le stesse, sempre nello stesso ordine. –

Muovendosi a scatti, più veloce di un battito di ciglia, porse il cordless a suo figlio, si alzò facendo stridere la sedia sul pavimento, andò nell’altra stanza, sollevò la cornetta, la avvicinò all’orecchio e attese.

L’interlocutore, all’altro capo del filo, era sbigottito. Il primo impulso, sbattere giu il telefono e tornare, nero di rabbia, a dormire, era stato sostituito da un’irritazione mista a curiosità, il sonno perduto ormai irrecuperabile mentre la donna appariva, nella sua patologica schizofrenia, piuttosto sconvolta e desiderosa d’aiuto. Era ancora titubante sul da farsi quando il filo dei suoi pensieri venne interrotto da una voce maschile, adulta, ben diversa da quella che lui si era immaginato unendo, come in un puzzle, gli elementi linguistici che la madre aveva tirato in ballo.

–E’ il sistema ad essere sbagliato. Mia madre dice che sono malato perché il sistema lo dice. Io non lo sono. E chi, se non noi stessi, può affermare la propria identità? Lei da che parte sta? E’ uno di quei dottori che stanno rintanati dietro la scrivania, sputando sentenze di morte sui malcapitati quando ancora non hanno varcato con entrambi i piedi la porta? Prescrivendo esami al solo fine di rodare le macchine, di fare esperienza con l’angiotac, di eliminare il debito ospedaliero creando il debito sociale? O è un riccone sfondato che in ospedale non si fa neanche vedere, figurarsi occuparsi dei pazienti, dirige la sua clinica privata dalla poltrona del suo salotto con la stessa sufficienza con cui sceglie la carne al ristorante neozelandese più in della città? O è uno di quelli che gioca sporco, che si finge interessato realmente alla sorte del malato, al solo fine di far aggiungere il proprio nome in una delle postille del testamento? O è infine un dottore vero, uno di quelli che anche alle sei del mattino è pronto a dare l’anima per rincuorare una povera donna sconvolta dal dolore, a sacrificare le poche ore di sonno per un consulto che potrebbe non portare a niente?

Chiunque lei sia non m’importa. Non sono sintomi di malattia i miei, non ho pustole, non ho segni, nulla è insano in me. Ma secondo mia madre, Dio, e tutti gli stolti come loro, morirò nel giro di qualche notte, perciò le racconterò da principio la meraviglia che è la loro malattia.

E’ lo stesso sogno, questa è stata la quarta notte. Capisco il suo silenzio dottore, ho davvero detto sogno, anche se credo che il termine più adatto sia viaggio onirico. Le immagini sembrano color pastello, sfumate, eppure vivide, vere. Tutto è come nella realtà, ho ventun’anni, l’immagine di me che si presenta è simile a quella che affronto le poche volte che incrocio uno specchio, gli amici sono i soliti amici, un solo particolare è diverso, nel sogno avverto coscientemente di non chiamarmi Lorenzo. Non lo trovo scritto da nessuna parte, nessuno mi chiama, ma sono consapevole che il mio nome è mario. Tutto minuscolo, mario. Temporalmente è qualche settimana nel futuro, è il quattro dicembre, il luogo è Torino, il perché è il concerto dei Muse. Ora, non so se lei conosce i Muse, probabilmente avrà sentito qualche loro pezzo alla radio, ora ne va uno nuovo, ma non è niente di che, e a meno che lei non si segua li considererà alla stregua di tutte quelle rockband che ci scassano i timpani per uno o due mesi e poi puff, tornano nell’oblio da cui erano venute. Lei si sbaglia. I muse sono una delle poche eccezioni alla musica moderna, sono il suono che ti manca quando sei solo, sono la colonna sonora dei tuoi amplessi, sono il giusto accompagnamento alle lacrime e la giusta carica ai grandi momenti sportivi, sono la rabbia quando prendi a pugni i muri, sono l’energia per compiere l’ultimo passo verso la meta. E questo quattro dicembre esiste perché i Muse suonano a Torino, altrimenti nessuno lo distinguerebbe dal giorno prima. I muse l’hanno reso grande. Nelle mie visioni è così. Ma sto divagando dottore, e lei così non può provare la mia salute, mi scusi.

Nel sogno non vedo l’attesa durante il giorno, la coda davanti al palasport, non vedo i momenti ludici del pomeriggio, non sento il freddo di una giornata all’aperto a dicembre, non vedo il gruppo spalla suonare sul palco. La prima cosa che ricordo è la voce del cantante, Simon Neil, mentre saluta il pubblico a fine esibizione. Mi osservo, sono madido di sudore, la voce già un po’ roca di chi ha cantato con loro, in attesa del piatto principale. Intorno a me due volti conosciuti, gli amici, e una miriade di sconosciuti, delle più svariate età, da mille città diverse. Non è più tempo di sedersi, si rimane tutti insieme in piedi, schiacciati, odori che si coprono l’un l’altro, qualche parola per ingannare l’attesa, un sorso d’acqua, gli ultimi preparativi.

Eccoli che salgono sul palco, un boato li accoglie, grida, tutte le mani verso l’alto per immortalare il momento con la digitale, la musica di sottofondo che si affievolisce, si parte.

Il concerto è un susseguirsi di emozioni, l’intensità è in continua crescita, ogni canzone è cantata con passione, Matt, il cantante, sembra quasi in trance quando con le corde vocali raggiunge note mai raggiunte prima, io ci provo a seguirlo, a imitarlo, ma già di natura sono stonato, con un’orribile voce, di certo lassù non arrivo, ma questo non scalfisce la mia voglia di unirmi a lui in questi canti, di liberare tutta l’energia che questo terzetto mi passa in questi pochi metri che ci dividono, ballare come un demonio al ritmo di questa musica angelica.

Non voglio tediarla dottore con particolari su ogni singola canzone, viste in sogno come se fossi già stato a mille loro concerti, e non fossi invece ancora oggi in attesa del mio primo; fatto sta che a un certo punto, durante Invincible, mi pare di scorgere, a qualche metro da me, una figura conosciuta, uno sguardo in cui mi ero già perduto milioni di volte. Tutto si svolge in una frazione di secondo, le luci in sala sono tutte rivolte a loro, le star della serata, e quei due occhi profondi tornano subito nella loro naturale direzione, lasciandomi nel dubbio sull’esistenza dei miraggi a Torino. La mia miccia ormai si è accesa, fuoco è stato dato alle polveri, comincia Sing for absolution e io continuo a girarmi, a cercare tutt’attorno a me una verifica delle mie visioni. Colori, vestiti d’ogni sorta, coppie che limonano, coppie che cantano, single che cantano, gente che beve e gente che fuma, la varietà del genere umano tutta racchiusa in questa grande scatola di metallo e plastica, ma della mia ragazza dei miei sogni, come l’ho soprannominata dato il suo ripresentarsi ogni notte, neppure una traccia. Mi butto a capofitto tra le avvolgenti note di New born, ma qualcosa si è rotto, ritmicamente la mia testa si gira ora da una parte, ora verso il palco, ora dall’altra; mentre la chitarra distorta accompagna le grida d’eccitazione di questa marea di persone danzanti, trovo la mia visione a tre metri da me, splendente nella sua accecante bellezza, e persino i Muse sembrano attendere prima di cominciare la seconda strofa, vogliono osservare l’evolvere della situazione. Nel continuo rimescolamento di corpi inebriati di musica, le nostre immagini corporee ora si avvicinano, come se per caso, ma per caso non è, ora si allontanano, fino a farsi sempre più vicine, quasi spalla a spalla, fino al primo, quasi inaspettato, contatto, le mani di entrambi che s’incrociano in aria mentre applaudono la fine di quella meravigliosa canzone. I Muse, dovrebbe saperlo, non fanno mai niente per caso, e tra le urla impazzite della folla le dita di Bellamy scivolano sui tasti bianchi e neri del pianoforte Kawai a suonare l’intro di Feeling good, esatta didascalia del mio stato d’animo in quel momento. –

Lorenzo non se n’era accorto, ma col passare dei minuti il suo J’accuse iniziale verso l’interlocutore era diventato un confessionale, aveva instaurato un rapporto d’intimità e di fiducia con quell’uomo, le sue parole si erano ammorbidite, la sua grammatica ne aveva risentito, le sue frasi avevano acquistato una componente emotiva positiva.

– Quella canzone è lo spartiacque, ormai si è gettata via la maschera, si canta insieme, si urla insieme mentre con maestria Matt fa vivere la sua anima dentro il megafono, si applaude insieme, il contatto non è più casuale. La carica emotiva sale ancor di più scatenandosi con Hysteria, presi in un abbraccio si balla come in trance, come se fosse l’unica cosa che avessimo fatto dalla nascita. Ricordo di cantare “And I want you now, I want you now, I’ll feel my heart implode” guardandola negli occhi, i nostri corpi, le nostre bocche, sempre più vicine.

Ma tutto si ferma, nel mio percorso onirico svanisce la musica, svaniscono le persone, svanisce la ragazza dei miei sogni, il Palaolimpico diventa un’auletta, malamente illuminata da tre neon, io sono chino su un libro sul tavolo, studio. Mi rendo conto di studiare medicina, addirittura, e continuo ad avere la consapevolezza di chiamarmi mario, sempre tutto minuscolo. Il mio volto non è felice, è teso, tirato. Nella stanza regna il silenzio, al mio tavolo sono solo, senza alzare lo sguardo so che nelle postazioni vicine persone sconosciute stanno studiando. Giro la pagina, e leggo le prime parole. Due mani s’intrecciano sul mio viso, all’altezza degli occhi, portandomi nell’oscurità. Riconosco le mani, ne riconosco la forma, ne riconosco il calore, ne riconosco il profumo, riconosco il suo profumo. Sorrido, felice.

E qui mi sveglio dottore, da quattro notti in questo esatto punto apro gli occhi e osservo la mia stanza che mi si delinea intorno. –

Dall’altro capo del telefono si rompe il silenzio che la fine del racconto di Lorenzo aveva lasciato – Passami tua madre, subito, grazie. –

Marta Gardini, in ascolto, muta, dall’altro telefono di casa, per tutto il racconto del figlio, rispose subito. Ma non gli fu concesso di iniziare un altro sproloquio.

– Signora, io non so chi lei pensa io sia, ma le assicuro che non m’avvicino neppure alla figura di un medico. Avrei voluto dirglielo, ma lei non ha mai lasciato il tempo di inserirmi nella sua conversazione. Nonostante tutto, una cosa vorrei dirgliela, se mi permette; ne faccia l’uso che ne vuole. Suo figlio non è malato, è innamorato. Perciò, se proprio lo vuole considerare malato, sappia che la patologia di cui è affetto è certamente la più meravigliosa, l’unica di cui non si vuole guarire, mai. Lo guardi, ora. Sono sicuro che, in questo momento, sorride. –

E concluse la telefonata.

written on 15th november ’09, da correggere

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