Prologue

Una giornata di vento, metà ottobre o giù di lì. Sono da poco suonate le sei, via Balbi è una fiumana di studenti, gruppi disomogenei si spostano in tutte le direzioni, ogni punto è un vociare che cerca di sovrastare gli altri. Una telecamera di servizio, una vecchia Philips 4900, cambia punto d’inquadratura ogni centotrentacinque secondi spaccati, riprendendo alternativamente, con un breve intervallo per riposizionarsi, l’area di Balbi 2, Balbi 4, Balbi 6. Inquadra il marciapiede davanti al portone ancora aperto della Facoltà di Lettere, Leonardo, barba incolta e ribelle, parla, perfettamente a fuoco, circondato da un crocchio di persone. Qualche minuto dopo il gruppetto si disperde, il giovane si avvicina a una ragazza dal cappotto grigio, le accarezza i capelli, le toglie il fermaglio ridendo, un buffetto sulla rosea guancia sinistra, e via di corsa dall’altro lato. Anche lei ride. Mara. Il suo nome, ebraico, ha il significato di afflitta. Mara ride. E attraversa la strada. Il venti delle 18.12, puntuale, la investe.

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