6.10.10

30 aprile 2011

Fango.

Io lo so che non sono solo anche quando sono solo. Io lo so che non sono solo.

Eppure è così che mi sento. Invaso da questo silenzio, da questa pioggia monsonica che a intervalli irregolari si abbatte sulla testa mia e di coloro che percorrono questa strada insieme a me. La pioggia mi divide da loro. Li fotografo, li osservo, cerco di ridere con loro, ma la mia risata proviene solo dalla gola, non dal cuore. Questa pioggia forse lava via i miei peccati, ma risalta le mie colpe, le mie paure, la mia presa di coscienza con l’ignoto che porto in me. Giorno dopo giorno cerco di guardarmi allo specchio, almeno un poco, osservare lo sconosciuto che mi guarda dall’altro lato, provare per una volta a conoscerlo, a dargli voce, magari a farci amicizia.

Mentre il fango copre ogni parte dei miei piedi, dei suoi piedi, mi trovo a cercare nella pioggia la risposta. Un’altra volta dio, se mai è esistito, è nella pioggia.

Bambini che tornano da scuola ridono di noi, per fortuna. Ridono di questi bianchi con l’iphone che camminano maldestri nel fango, che si lamentano perchè han lasciato i propri sandali all’asciutto per andre in una scuola nel mezzo del niente, una scuola vuota, forse per sentirsi un po’ importanti. Bambini tornano da scuola, e ridono di noi, per fortuna. Con la loro risata per qualche secondo la mia ansia si quieta, questa belva che si nutre di emozioni umane. Attorno a un uomo solo c’è un mondo intero. Gnozis autòn, e potrai conoscere il mondo.

In the middle of nowhere, come dice alex, there’s also a temple. Nel mezzo del nulla, puoi cercare te stesso. Trovi molte domande, e poche risposte. Se fosse una partita di risiko, si dichiarerebbe la resa ancor prima di tirare i dadi. Ma per mia fortuna qui non ci sono carri armati neri puntati contro di me, e ci possono essere fiori nei vostri cannoni. Si può ripartire da quelle poche risposte, e a poco a poco, fare la pace con me stesso. Sepolto dal fango penso alla mia stella lontana, al suo brillare, e mi trovo in lacrime, le ginocchia a terra, per me e per lei. Per la mia via e per la sua via. Conscio che se la mia stella interiore tornerà a brillare, potremo brillare insieme.

Se dio esiste, è nella pioggia, e se è nella pioggia, io ho pregato.

E se dio non esiste, e se dio esiste, in questo momento la risposta è la stessa.

5.10.10

26 aprile 2011

Il buio oltre la siepe.

Dopo una lunga giornata, il risciò. Una strada trafficatissima, senza lampioni, solo i fari a illuminare i due metri quadrati davanti a sè. Noi no. Delle migliaia che popolano le strade, non tutti i risciò hanno l’optional “luce di posizione”. Parlare per non pensare alle macchie luminose che si avvicinano sempre più alla scocca del nostro prezioso veicolo. Un sollievo il ponte della metro che appare. New Garia. Sedersi sui sedili della metro. Notare di avere solo donne intorno, in quello scompartimento. Scoprire che tutte loro, e gli uomini dagli scompartimenti vicini, ti guardano. Leggere, in una piccola targhetta arruginita, che quello scompartimento è ladies reserved. Alzarsi. E rimanere in piedi, gli sguardi puntati su di te, per tutta la durata del viaggio.

Mahanayak Uttam Kumar. La voce si ripete negli altoparlanti. Mahanayak Uttam Kumar. Non riuscire a pronunciarla. Non riuscire a porre l’accento. Unirsi allo sciame di persone quando si aprono le porte, il sudore che torna a bagnare la maglietta in quattro e quattro otto. La caotica Kolkata ancora non si ferma. Attraversare le due corsie, cinque sei macchine ciascuna. Ordinare dal take away chicken roll, comprare le banane, contrattare, ieri costavano dieci rupie, oggi dodici, per me, tredici per te.

Sulla destra si perde una lunga strada. Le auto non la prendono tanto spesso. Il rumore è ovattato, quasi distante. L’asfalto ricopre stanghe di ferro di svariate forme e lunghezze. Sulla sinistra, in un angolo buio, il famoso rivenditore. Lo si riconosce per il cappannello di uomini tutt’attorno, per il brusio come di laboriose api. Una grata divide l’angusto gabbiotto dalla coda, nessuno litiga, uomini si spalleggiano. Dalla fessura in basso passano misteriosi pacchetti, la carta pare quella dei sandwiches nei film americani, la forma è la più classica, bottiglia. Lì siamo come loro. Non più turisti, volontari, solo uomini. Maschi.

E poco importa se chiediamo la King Fisher e non il whisky.

4.10.10

22 febbraio 2011

Il paradiso dei calzini.
Il primo lunedì del mese. Che sia in India o in Italia, è sempre un avvenimento. In questo particolare mese, sono da registrarsi il primo giorno di università di Ale, l’inizio del quarto anno, triennio clinico, la ripresa effettiva degli allenamenti all’ostello, dopo la sudata preparazione settembrina, il primo meeting con sujit, mancata per la sua attuale presenza giust’appunto in italia, il primo giorno a Tegharia.
E’ il giorno dell’uovo sodo, della pausa cha alle 12.30, di tre ore di assoluta laboriosità. Se venerdì era stata la prova generale, questa è la prima. Dentro IIMC, dentro i profondi occhi delle persone sedute di fronte a te, dentro i loro bottom con questi lunghi aghi. Vedere segni sempre diversi sulla pelle delle persone, la paura di far loro male con il betadine, l’incomprensibile grafia dei dottori. Tutto è spaventevole, tutto è emozionante, è essere sul campo, bardato come una persona europea, lavorando come un infermiere, appellato come daktar, stomaco annodato come un calzino. Tutto è così nuovo.
Accingersi ad effettuare un dressing, il rituale del primo semidisinfettante-betadine-gentamicina, il cotone che struscia lungo la pelle, il betadine gocciola per terra, le loro mani smaniose di darti una mano, di lavarsi da capo a piedi con questa crema bianchiccia che diventa giallognola la strusciata successiva. L’attenzione di girare dall’interno all’esterno, dal dentro al fuori, e chissà qui l’acqua nel water in che verso corre.
E chiedersi dov’erano queste persone sabato, mentre tutta l’India festeggiava il compleanno di Gandhi, la sera, quando ogni locale e ristorante era pieno, quando la gente, la folla, attendeva impaziente il proprio turno per entrare, l’intera famiglia, in un giorno di festa. Non il ringraziamento, niente tacchino, la celebrazione di un uomo, di un popolo, che ha rotto le catene che lo tenevano legato a terra. Dov’era questo giovincello che ora corre per la stanza, gli occhi grandi fissano curiosi le tue mani che corrono veloci tra le creme, la smorfia quando il cotone incontra l’ustione, la pelle viva, il dolore. Una carezza sul piede, con la mano libera, un gesto affettuoso, un momento di contatto. Finito di farsi spalmare, fugge via.

E quest’uovo sodo, che non va nè in giu nè in su.

2-3.10.10

16 febbraio 2011

Un tranquillo weekend di paura

Entrare nella casa di Madre Teresa, vederne la camera da letto, sostare nella stanza delle preghiere e, in mezzo a praticanti in religioso silenzio, pensare “madre teresa è morta?mazza che botta.me li dai cinque minuti?botta tremenda.ciao,ciao piccola grande donna”. I buttafuori. Un sorriso.

Due giorni dentro Calcutta, dentro la miseria, due giorni per le strade, tra chiese moschee e sinagoghe, una chiesa armena che non si sa dove sia, tutti la indicano, tutte le guide ne parlano, ma per quanto a fondo infili il naso nella cartina, non riesci a trovarla.

Che già capisci che Kolkata è ben più di Calcutta. In quel brulichio di morte e vita. In quei bambini abbandonati a se stessi, la sera, la notte, addormentati sui carretti, nudi, senza nessuno. In quei cadaveri viventi, che si trascinano lungo la strada il risciò con una coppia a bordo, 150 chili su braccia schiena e gambe. Nel negozio di Acash, quel turbinio di colori, vestiti su tutte e quattro le pareti, quell’ospitale senso di ospitalità.

E in questa pioggia che cade. La mia prima pioggia indiana. Il cielo sereno, grigiastro, qualche minuto più tardi le prime gocce, le seconde, la cui somma è ben più dell’insieme delle parti, il cielo ora è scuro, la pioggia attraversa la coltre di smog e si riversa sulla città. Prima ti cade addosso, sempre di più, sei come seguito dalla nuvola fantozziana, mentre la tua maglia, inzuppandosi, cambia colore. E’ un’esperienza mistica. Non un centimetro del tuo corpo si salva dal monsone. Gli indiani, intorno, trovano rifugio alla stazione della metro, si salvano chi con un giornale sulla testa, chi con un cesto di verdura; i venditori del the, al coperto nelle loro baracchette insicure, fanno affari offrendo ai passanti un momento al riparo dalle intemperie. I tombini esplodono, in pochi minuti i miei piedi, già neri per lo smog, vengono avvolti dalle discariche a cielo aperto e da quest’acqua piovana di dubbia condizione igienica. Eppure i miei sandali non si lamentano, si felicitano per questo incontro ravvicinato del terzo tipo.

Il maidan, incurante del fatto di trovarsi dinazi a noi, ignari della sua presenza, così intenti alla ricerca del victorial memorial, respira quest’aria fresca, questa vita che sboccia da ogni goccia d’acqua caduta sul terreno, e si gode il maestoso spettacolo che questo ritardario monsone ha concesso ai suoi occhi.

Dopo la pioggia, ritorna il sole, il caldo, l’umido. Lo smog riprende il sopravvento sulla natura. Ella ancora una volta si è ribellata al disfacimento del mondo che ogni giorno si compie, ciclicamente. Ci riproverà domani, mai doma. Avrà ancora fiato per urlare, ancora lacrime da versare.

“e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti, mi hai preso per mano portandomi via”

1.10.10

12 febbraio 2011

Where the streets have no name

Un agglomerato. case. campi. fango, polvere.

La periferia si presenta tutta uguale a se stessa, ma così diversa da alessandria, novara, dalla periferia di qualunque città europea.

Un’unica lunga strada che ogni tanto propone biforcazioni, tutte uguali, così diverse. La colonna sferraglia e strombazza presente.

Da entrambi i lati parvenze di uomini attraversano. Come una danza, meccanicamente e armoniosamente. Tutto è predisposto affinchè nulla si urti, nulla si blocchi. Ma bisogna essere capaci di leggere questo spartito per saperlo.

Il risciò si ferma ad un preciso segnale dei miei compagni di viaggio. Mi guardo intorno, stranito. Evidentemente all’autista hanno dato solo il nome della via, e non il numero. Come prima esperienza sono in una delle outdoor, perciò monto sul pulmino, tra i due ragazzi danesi, le due infermiere indiane, la tedesca e l’italiano, due autisti. Una bella combriccola, in cui la parola chiave è non capire una parola. E’ ardua la via dela comprensione della pronuncia inglese. Si parte, verso la periferia, dalla periferia.

La carreggiata si restringe, le case sono sono più diradate, la giungla prende il sopravvento. Forse è lì che me ne accorgo. Le strade. Le strade. Le strade. Non hanno inizio nè fine, non hanno linee, non hanno marciapiedi. Non hanno nome. Quindi potrebbe essere che non esistono.

 

Infilare la punta dell’ago in un corpo umano. Non un lamento, non un movimento brusco. Se fai attenzione puoi notare il leggero tremore della persona in tensione.

La consapevolezza di avergli fatto male. E la presa di coscienza di potersi scusare solo a gesti.

Al ritorno, quella barriera linguistica che invisibilmente ti separa dal resto del gruppo è accolta quasi con sollievo. Le mani ti tremano. Avrai ripetuto lo stesso gesto, minaccioso e servizievole, venti o trenta volte, almeno quintuplicato la tua esperienza in materia, e l’immagine che non riesci a toglierti dalla stessa è lo sguardo di sofferta gratitudine dolorosa che ti scoccano mentre si alzano dalla panchina. Ripercorri con la mente il primo dressing, il bambino, cinque o sei anni, le strane macchie funginee su tutto il corpo, il suo sorriso così dolce, una mezza luna su quel viso scavato dalla fame.

Sul tuo viso scendono le lacrime, emozione, commozione, paura; la barriera ti protegge da sguardi indiscreti.

 

30.09.10

11 febbraio 2011

Il mondo capovolto.

Come se il tuo corpo fosse con la testa nella sabbia e le gambe a librarsi nell’aere, grigio, denso di smog.

Non riconosci niente di quello che ti circonda. Neppure le persone che han viaggiato con te. Non che tu possa dire di conoscerle, appena venti ore dal primo timorato saluto. Neppure il tuo corpo è lo stesso, ha già perso più liquidi di quanto sia abituato. Il sole non si risparmia, il carro trainato da Apollo risplende massimamente lungo tutto il suo percorso, senza pause, senza cali. Una linea invisibile, tesa, separa giorno e notte, luce e buio.

Una jeep aspetta i volontari all’aereoporto, bambini aspettano i volontari all’aereoporto, madri aspettano notizie dai figli dall’aereoporto. Un insignificante edificio di due piani, mattoni e intonaco, è improvvisamente diventato il centro del mondo.

In questo mondo si gioca a tetris. Secondo le statistiche un giocatore su cento vince per fortuna, 23 per bravura, o per manifesta inferiorità dell’avversario, 76, gli altri, perdono.

Il primo livello del tetris è inserire in 6 metri cubi di spazio metallico 8 persone, 14 zaini di varie dimensioni, molti abnormi, 7 disparati carichi di aspettative, ansie, emozioni. Missione compiuta.

Il livello successivo si presenta più ostico: i pezzi da incastrare sono milioni, tra auto bici, jeep, motorini, corriere, carretti, uomini, armenicoli di vario stampo, animali. Lo spazio a disposizione poco, una lunga stretta colata di cemento, qualche centimetro di terra battuta ai due lati, e oltre quello case su case, o vuoto su vuoto. Gli avversari, in questo livello, hanno un’arma segreta, un tasto dalle più svariate forme da premersi ogni secondo. Il clacson.

In sovrimpressione lampeggia una scritta, fa capolino all’angolo destro del campo visivo e lo percorre interamente verso sinistra. “This is only a demo”

Il prossimo livello. L’ultimo del promo. L’ambientazione è completamente diversa. Non è neppure lo stesso gioco. Questo è un flipper. Premendo i pulsanti le due chele meccaniche non si muovono. Sono semoventi. Capisci. Tu sei la palla. Non puoi fare niente per non schiantarti, rimbalzando, da un lato all’altro del tavolo, tra suoni mai sentiti e cigolii sinistri, spigoli, casette di legno e fango, persone, malati, volontari dal linguaggio incomprensibile, lebbrosi, mutilati, malati, malati, malati. Un rimpallo continuo, senza mai fermarti, non un attimo di sosta per prendere una boccata di ossigeno, la testa richiusa a guscio, il dolore sordo e perpetuo.

Mentre appaiono i crediti del gioco, due pensieri si palesano nella tua mente.

Centro.

Domani.

Chapter one, preview

2 dicembre 2009

Rumore.

Le persone, discrete nei loro abiti scuri, cominciano a entrare nella sala. Un’attimo prima il silenzio regnava sovrano, dondolandosi delicatamente tra le rivestite poltrone color porpora, sui tracilli delle luci che il tecnico aveva montato, scivolando senza lasciar traccia tra le assi di betulla del palcoscenico. Il cicaleggio aumenta d’intensità quando le altre porte antipanico vengono aperte per consentire alla folla umana di prendere posto più velocemente.

Rumori.

Architettonicamente studiata, la sala grande del Teatro Carillon d’Inverno amplifica ogni sfumatura del suono, naturale e artificiale, che l’orecchio umano possa percepire. Musicisti, attori, bambini, direttori d’orchestra, visitatori occasionali, tutti ogni volta tradiscono l’emozione quando le prime note del pianoforte, la terza battuta del copione, l’aria tagliata dal primo movimento dell’archetto abbracciano gli spettatori, quando il suono si anima di vita propria e comincia a giocare con ogni angolo, ogni testa, accompagnando i cuori a vette non raggiungibili neppure con l’afrodisiaca ambrosia. Dal giorno dell’inaugurazione, più di sessant’anni fa, esiste un cartello, scritto a mano, appeso accanto alla carrucola che alza il sipario, a imperitura memoria degli addetti ai lavori :”Carrillon d’Inverno, per gli ultrasuoni ripassare d’estate”.

alba

29 novembre 2009

Il telefono squillava. Un trillo dietro l’altro. Nessuno rispose.

Scocciata, la signora Gardini riagganciò e si diresse in cucina. Lorenzo si stava abbuffando di cereali, non notò neppure il grigiore del viso della madre. La radiosveglia sopra il frigo gracchiava una qualche notizia del gr delle sette, la poca luce di quella giornata autunnale filtrava appena dalla piccola finestrella che dava sulla strada, la stanza quasi completamente al buio. Nervosamente Marta Gardini iniziò ad accendere e spegnere la piccola lampadina, prese il cordless e compose nuovamente il numero, ormai imparato a memoria.

– Tuu…tuu…-

– Dai, rispondi cazzo-

–..u…tuu…tuu…pronto?-

La voce, forse complice l’apparecchio telefonico, sembrava di un uomo appena svegliato, non certo impaziente di ricevere una telefonata all’alba del suo giorno libero.

– Dottor Falappio? Sono la signora Gardini, si ricorda?la madre di Lorenzo Gardini. Lei mi deve aiutare, non so più cosa fare, mio figlio sta impazzendo. Sono sicura sia grave, ho cercato su internet e ho letto tanti nomi impronunciabili, e mio figlio sta sempre peggio, sono sei giorni ormai, dottore la prego faccia qualcosa, è la mia sola speranza, non posso più vederlo così, dottore, inerme, schiacciato da cosa gli sta capitando; dottore mi prometta che lo salverà, solo in lei ho fiducia, il responso delle pagine web è che sia ormai vicino alla morte, potrebbe essere questione di una o due notti, dottore salvi mio figlio. –

Tutto d’un fiato. Senza che l’assonnato interlocutore potesse rispondere alle domande, agli appelli che gli erano stati rovesciati addosso. Non che non ci avesse provato, ma le sue parole, i suoi tentativi di abbozzare una frase, erano stati sovrastati dall’uragano di ansie della signora Gardini. Poi, in quel momento di assoluto silenzio, l’unica cosa sensata che gli venne da dire fu – Ma si rende conto di che ore sono? –

La donna non sembrò neppure averlo sentito, aveva già ricominciato il suo monologo a due. Si era giocato il suo diritto a una telefonata.

– Le faccio raccontare tutto da mio figlio, così sentirà con le sue orecchie la gravità della malattia, le sono grata dottore, Lorenzo vieni qui, la prego lo curi dottore, non potrei vivere senza il mio bambino, è così ingenuo che non capisce la gravità della sua situazione, i sintomi sono così lampanti, il deterioramento è già in fase avanzata, il mio piccino, si trascina per casa come trainato da una forza sconosciuta, ha sempre la testa da un’altra parte, non capisce una parola di quello che gli viene detto, disegna forme insensate su fogli e quaderni, scarabocchia alcune lettere dell’alfabeto, sempre le stesse, sempre nello stesso ordine. –

Muovendosi a scatti, più veloce di un battito di ciglia, porse il cordless a suo figlio, si alzò facendo stridere la sedia sul pavimento, andò nell’altra stanza, sollevò la cornetta, la avvicinò all’orecchio e attese.

L’interlocutore, all’altro capo del filo, era sbigottito. Il primo impulso, sbattere giu il telefono e tornare, nero di rabbia, a dormire, era stato sostituito da un’irritazione mista a curiosità, il sonno perduto ormai irrecuperabile mentre la donna appariva, nella sua patologica schizofrenia, piuttosto sconvolta e desiderosa d’aiuto. Era ancora titubante sul da farsi quando il filo dei suoi pensieri venne interrotto da una voce maschile, adulta, ben diversa da quella che lui si era immaginato unendo, come in un puzzle, gli elementi linguistici che la madre aveva tirato in ballo.

–E’ il sistema ad essere sbagliato. Mia madre dice che sono malato perché il sistema lo dice. Io non lo sono. E chi, se non noi stessi, può affermare la propria identità? Lei da che parte sta? E’ uno di quei dottori che stanno rintanati dietro la scrivania, sputando sentenze di morte sui malcapitati quando ancora non hanno varcato con entrambi i piedi la porta? Prescrivendo esami al solo fine di rodare le macchine, di fare esperienza con l’angiotac, di eliminare il debito ospedaliero creando il debito sociale? O è un riccone sfondato che in ospedale non si fa neanche vedere, figurarsi occuparsi dei pazienti, dirige la sua clinica privata dalla poltrona del suo salotto con la stessa sufficienza con cui sceglie la carne al ristorante neozelandese più in della città? O è uno di quelli che gioca sporco, che si finge interessato realmente alla sorte del malato, al solo fine di far aggiungere il proprio nome in una delle postille del testamento? O è infine un dottore vero, uno di quelli che anche alle sei del mattino è pronto a dare l’anima per rincuorare una povera donna sconvolta dal dolore, a sacrificare le poche ore di sonno per un consulto che potrebbe non portare a niente?

Chiunque lei sia non m’importa. Non sono sintomi di malattia i miei, non ho pustole, non ho segni, nulla è insano in me. Ma secondo mia madre, Dio, e tutti gli stolti come loro, morirò nel giro di qualche notte, perciò le racconterò da principio la meraviglia che è la loro malattia.

E’ lo stesso sogno, questa è stata la quarta notte. Capisco il suo silenzio dottore, ho davvero detto sogno, anche se credo che il termine più adatto sia viaggio onirico. Le immagini sembrano color pastello, sfumate, eppure vivide, vere. Tutto è come nella realtà, ho ventun’anni, l’immagine di me che si presenta è simile a quella che affronto le poche volte che incrocio uno specchio, gli amici sono i soliti amici, un solo particolare è diverso, nel sogno avverto coscientemente di non chiamarmi Lorenzo. Non lo trovo scritto da nessuna parte, nessuno mi chiama, ma sono consapevole che il mio nome è mario. Tutto minuscolo, mario. Temporalmente è qualche settimana nel futuro, è il quattro dicembre, il luogo è Torino, il perché è il concerto dei Muse. Ora, non so se lei conosce i Muse, probabilmente avrà sentito qualche loro pezzo alla radio, ora ne va uno nuovo, ma non è niente di che, e a meno che lei non si segua li considererà alla stregua di tutte quelle rockband che ci scassano i timpani per uno o due mesi e poi puff, tornano nell’oblio da cui erano venute. Lei si sbaglia. I muse sono una delle poche eccezioni alla musica moderna, sono il suono che ti manca quando sei solo, sono la colonna sonora dei tuoi amplessi, sono il giusto accompagnamento alle lacrime e la giusta carica ai grandi momenti sportivi, sono la rabbia quando prendi a pugni i muri, sono l’energia per compiere l’ultimo passo verso la meta. E questo quattro dicembre esiste perché i Muse suonano a Torino, altrimenti nessuno lo distinguerebbe dal giorno prima. I muse l’hanno reso grande. Nelle mie visioni è così. Ma sto divagando dottore, e lei così non può provare la mia salute, mi scusi.

Nel sogno non vedo l’attesa durante il giorno, la coda davanti al palasport, non vedo i momenti ludici del pomeriggio, non sento il freddo di una giornata all’aperto a dicembre, non vedo il gruppo spalla suonare sul palco. La prima cosa che ricordo è la voce del cantante, Simon Neil, mentre saluta il pubblico a fine esibizione. Mi osservo, sono madido di sudore, la voce già un po’ roca di chi ha cantato con loro, in attesa del piatto principale. Intorno a me due volti conosciuti, gli amici, e una miriade di sconosciuti, delle più svariate età, da mille città diverse. Non è più tempo di sedersi, si rimane tutti insieme in piedi, schiacciati, odori che si coprono l’un l’altro, qualche parola per ingannare l’attesa, un sorso d’acqua, gli ultimi preparativi.

Eccoli che salgono sul palco, un boato li accoglie, grida, tutte le mani verso l’alto per immortalare il momento con la digitale, la musica di sottofondo che si affievolisce, si parte.

Il concerto è un susseguirsi di emozioni, l’intensità è in continua crescita, ogni canzone è cantata con passione, Matt, il cantante, sembra quasi in trance quando con le corde vocali raggiunge note mai raggiunte prima, io ci provo a seguirlo, a imitarlo, ma già di natura sono stonato, con un’orribile voce, di certo lassù non arrivo, ma questo non scalfisce la mia voglia di unirmi a lui in questi canti, di liberare tutta l’energia che questo terzetto mi passa in questi pochi metri che ci dividono, ballare come un demonio al ritmo di questa musica angelica.

Non voglio tediarla dottore con particolari su ogni singola canzone, viste in sogno come se fossi già stato a mille loro concerti, e non fossi invece ancora oggi in attesa del mio primo; fatto sta che a un certo punto, durante Invincible, mi pare di scorgere, a qualche metro da me, una figura conosciuta, uno sguardo in cui mi ero già perduto milioni di volte. Tutto si svolge in una frazione di secondo, le luci in sala sono tutte rivolte a loro, le star della serata, e quei due occhi profondi tornano subito nella loro naturale direzione, lasciandomi nel dubbio sull’esistenza dei miraggi a Torino. La mia miccia ormai si è accesa, fuoco è stato dato alle polveri, comincia Sing for absolution e io continuo a girarmi, a cercare tutt’attorno a me una verifica delle mie visioni. Colori, vestiti d’ogni sorta, coppie che limonano, coppie che cantano, single che cantano, gente che beve e gente che fuma, la varietà del genere umano tutta racchiusa in questa grande scatola di metallo e plastica, ma della mia ragazza dei miei sogni, come l’ho soprannominata dato il suo ripresentarsi ogni notte, neppure una traccia. Mi butto a capofitto tra le avvolgenti note di New born, ma qualcosa si è rotto, ritmicamente la mia testa si gira ora da una parte, ora verso il palco, ora dall’altra; mentre la chitarra distorta accompagna le grida d’eccitazione di questa marea di persone danzanti, trovo la mia visione a tre metri da me, splendente nella sua accecante bellezza, e persino i Muse sembrano attendere prima di cominciare la seconda strofa, vogliono osservare l’evolvere della situazione. Nel continuo rimescolamento di corpi inebriati di musica, le nostre immagini corporee ora si avvicinano, come se per caso, ma per caso non è, ora si allontanano, fino a farsi sempre più vicine, quasi spalla a spalla, fino al primo, quasi inaspettato, contatto, le mani di entrambi che s’incrociano in aria mentre applaudono la fine di quella meravigliosa canzone. I Muse, dovrebbe saperlo, non fanno mai niente per caso, e tra le urla impazzite della folla le dita di Bellamy scivolano sui tasti bianchi e neri del pianoforte Kawai a suonare l’intro di Feeling good, esatta didascalia del mio stato d’animo in quel momento. –

Lorenzo non se n’era accorto, ma col passare dei minuti il suo J’accuse iniziale verso l’interlocutore era diventato un confessionale, aveva instaurato un rapporto d’intimità e di fiducia con quell’uomo, le sue parole si erano ammorbidite, la sua grammatica ne aveva risentito, le sue frasi avevano acquistato una componente emotiva positiva.

– Quella canzone è lo spartiacque, ormai si è gettata via la maschera, si canta insieme, si urla insieme mentre con maestria Matt fa vivere la sua anima dentro il megafono, si applaude insieme, il contatto non è più casuale. La carica emotiva sale ancor di più scatenandosi con Hysteria, presi in un abbraccio si balla come in trance, come se fosse l’unica cosa che avessimo fatto dalla nascita. Ricordo di cantare “And I want you now, I want you now, I’ll feel my heart implode” guardandola negli occhi, i nostri corpi, le nostre bocche, sempre più vicine.

Ma tutto si ferma, nel mio percorso onirico svanisce la musica, svaniscono le persone, svanisce la ragazza dei miei sogni, il Palaolimpico diventa un’auletta, malamente illuminata da tre neon, io sono chino su un libro sul tavolo, studio. Mi rendo conto di studiare medicina, addirittura, e continuo ad avere la consapevolezza di chiamarmi mario, sempre tutto minuscolo. Il mio volto non è felice, è teso, tirato. Nella stanza regna il silenzio, al mio tavolo sono solo, senza alzare lo sguardo so che nelle postazioni vicine persone sconosciute stanno studiando. Giro la pagina, e leggo le prime parole. Due mani s’intrecciano sul mio viso, all’altezza degli occhi, portandomi nell’oscurità. Riconosco le mani, ne riconosco la forma, ne riconosco il calore, ne riconosco il profumo, riconosco il suo profumo. Sorrido, felice.

E qui mi sveglio dottore, da quattro notti in questo esatto punto apro gli occhi e osservo la mia stanza che mi si delinea intorno. –

Dall’altro capo del telefono si rompe il silenzio che la fine del racconto di Lorenzo aveva lasciato – Passami tua madre, subito, grazie. –

Marta Gardini, in ascolto, muta, dall’altro telefono di casa, per tutto il racconto del figlio, rispose subito. Ma non gli fu concesso di iniziare un altro sproloquio.

– Signora, io non so chi lei pensa io sia, ma le assicuro che non m’avvicino neppure alla figura di un medico. Avrei voluto dirglielo, ma lei non ha mai lasciato il tempo di inserirmi nella sua conversazione. Nonostante tutto, una cosa vorrei dirgliela, se mi permette; ne faccia l’uso che ne vuole. Suo figlio non è malato, è innamorato. Perciò, se proprio lo vuole considerare malato, sappia che la patologia di cui è affetto è certamente la più meravigliosa, l’unica di cui non si vuole guarire, mai. Lo guardi, ora. Sono sicuro che, in questo momento, sorride. –

E concluse la telefonata.

written on 15th november ’09, da correggere

Prologue

27 ottobre 2009

Una giornata di vento, metà ottobre o giù di lì. Sono da poco suonate le sei, via Balbi è una fiumana di studenti, gruppi disomogenei si spostano in tutte le direzioni, ogni punto è un vociare che cerca di sovrastare gli altri. Una telecamera di servizio, una vecchia Philips 4900, cambia punto d’inquadratura ogni centotrentacinque secondi spaccati, riprendendo alternativamente, con un breve intervallo per riposizionarsi, l’area di Balbi 2, Balbi 4, Balbi 6. Inquadra il marciapiede davanti al portone ancora aperto della Facoltà di Lettere, Leonardo, barba incolta e ribelle, parla, perfettamente a fuoco, circondato da un crocchio di persone. Qualche minuto dopo il gruppetto si disperde, il giovane si avvicina a una ragazza dal cappotto grigio, le accarezza i capelli, le toglie il fermaglio ridendo, un buffetto sulla rosea guancia sinistra, e via di corsa dall’altro lato. Anche lei ride. Mara. Il suo nome, ebraico, ha il significato di afflitta. Mara ride. E attraversa la strada. Il venti delle 18.12, puntuale, la investe.


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